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By Claudio Cesa

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Per qualificare se stesso l'Io dovrà determinare lesterno; esso aspira alla compiuta identità con se stesso, e questa non è possibile senza la determinazione totale di ciò che gli appare situato fuori di lui, ed alla cui realtà egli «crede» (I, 2, 429): soltanto così cesserebbe di sentirlo come esterno. Tutto ciò, però, non è possibile per la coscienza finita - ed è qui che nasce il senso di un difetto, o di una mancanza, che vien detta «anelito» (Sehnen), la «estrinsecazione originaria, del tutto indipendente, del tendere situato nell'Io» (I, 2, 4 32), «I' attività che non ha oggetto ma che, sospinta irresistibilmente, è rivolta ad un oggetto, e viene semplicemente sentita» (I, 2, 4 31).

L'una e l'altra[ ... ] debbono essere unificate mediante la determinazione. Perciò l'Io in parte si determina, in parte è determinato» (I, 2, 288). Si coglie immediatamente che qui ci sono quattro termini, opposti a coppie di due: totalità positiva e negativa, e determinazione parziale di Io e di Non-Io. Questa quadruplicità, se ad essa 31 Mauritius_in_libris viene aggiunto un termine di sintesi, può diventare una struttura quintuplice, come sarà nella tarda filosofia di Fichte. endo la totalità negativa alle due determinazioni parziali.

Il modo con cui Fichte illustra il primo punto merita qualche attenzione, perché è tipico del modo con cui egli tentò di superare una filosofia del conoscere, quale doveva sembrargli quella di Kant. Oggetto della sua indagine è quel «pensare determinato» che egli chiama «volere» (Wollen), che non è «volontà»; è un atto con un proprio contenuto, un «concentrarsi del tendere in un solo punto» (IV, 2, 114), non una «facoltà». Ora, «qui non c'è un oggetto che aleggi davanti, non c'è schema[ ... ]; volere e pensare il volere non sono, nella coscienza, separati, come invece accade quando ci si rappresenta un oggetto [...

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